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Vesti la natura: rivoluzionare la moda in chiave sostenibile

La moda è un problema ambientale? Secondo un Report della Commissione Economica per L’Europa delle Nazioni Unite, se per pochi euro, oggi, il consumatore può acquistare capi di abbigliamento, al pianeta spetta pagare il prezzo più alto: quello della loro produzione e quello del loro smaltimento.
Soprattutto la fast fashion, venduta a prezzi bassissimi e continuamente rinnovata, sarebbe colpevole di un impatto ambientale che le attribuisce il 20% dello spreco globale di acqua ed il 10% delle emissioni di anidride carbonica. Il settore tessile risulterebbe addirittura essere il comparto più inquinante dopo quello Oil & Gas.

La problematica ambientale non riguarda esclusivamente la produzione ma anche lo smaltimento perché compriamo molti più vestiti di quelli di cui abbiamo bisogno e l’85% della produzione finisce in discarica: solo l’1% viene riciclato. Un dato decisamente significativo.

Molti grandi marchi, ultimamente, stanno investendo risorse e denaro per promuovere una moda sempre più green: Stella McCartney ne è stata la pioniera nel lontano 2001, Vivienne Westwood, Edun, Hugo Boss, Timberland, solo per citarne alcuni. Si cominciano ad impiegare nelle collezioni tessuti di altissima qualità fatti con materie riciclate al 100%: bottiglie di plastica, scorze di agrumi, foglie di ananas, fondi di caffè. L’innovazione parte dagli scarti alimentari quotidiani che diventano capi d’alta moda o abbigliamento tecnico per lo sport: lo scopo è quello di ridurre le emissioni e i costi ambientali in genere e continuare a proporre al mercato qualcosa di originale e responsabile da indossare.

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